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L’Italia ha smesso di credere nell’alta tecnologia?
15/02/2007
Ricerca, educazione e formazione sono alla base della competitività di un paese.

L’Italia ha smesso di credere nell’alta tecnologia?

 

Tutti concordano sul fatto che l’innovazione è essenziale per la competitività, la crescita e quindi il benessere e la coesione sociale. In particolare l’attività di ricerca e sviluppo è essenziale non solo nei settori ad elevata intensità di conoscenza, ma anche per l’innovazione nei settori definibili tradizionali o maturi. E’ importante quindi accrescere la consapevolezza che la ricerca, e con essa anche l’educazione e la formazione, sono alla base della competitività di un paese.

Una serie di indicatori evidenzia un sostanziale ritardo dell’Italia nei settori della ricerca e dell’alta tecnologia. In particolare, la percentuale di export di prodotti ad alta tecnologia sull’export totale, il numero brevetti e di altre forme di protezione della proprietà intellettuale, la scarsa propensione a investire in ricerca e sviluppo da parte delle imprese. Ma anche lo scarso numero di laureati in percentuale sulla popolazione attiva e in particolare di laureati in discipline scientifiche e dell’ingegneria.

Con riferimento a dati ISTAT, tra il 2000 e il 2004 in Italia la quota dei prodotti ad alta tecnologia sul totale delle esportazioni di beni si è ridotta dall’8,5 al 7,1 per cento del totale, scendendo al di sotto del livello di dieci anni prima (nel 1994, era il 7,6 per cento). Riguardo a questo indicatore si è registrata una diminuzione anche per l’Unione Europea a 15 (dal 20,6 per cento del 2000 al 17,7 del 2004; nel 1994 era pari al 15,1 per cento), per la Francia (dal 25,5 al 20,0 per cento) e per la Germania (dal 16,1 al 14,8 per cento), paesi che si mantengono tuttavia su valori notevolmente superiori a quelli dell’Italia.

Il complesso delle esportazioni italiane continua ad essere concentrato in settori a bassa tecnologia, esposti alla concorrenza di paesi emergenti con costo del lavoro nettamente inferiore.

Sempre con riferimento a dati ISTAT tra il 2000 e il 2004 l’incidenza della spesa in ricerca e sviluppo è restata stabile in tutte le maggiori economie europee. Tuttavia, mentre in Germania questa si è mantenuta intorno al 2,5 per cento del Pil, in Francia al 2,2 e nel Regno Unito all’1,8-1,9 per cento, in Italia è rimasta intorno a un livello di poco superiore all’1 per cento del Pil, come a metà degli anni Ottanta.

Secondo l’Innovation Scoreboard 2006 nella migliore delle ipotesi l’Italia raggiungerà la media EU25 nel 2015. Ma il traguardo “media EU a 15” è addirittura a 50 anni.

D’altra parte nazioni emergenti come India e Cina stanno bruciando le tappe rispetto al tradizionale percorso di sviluppo basato su agricoltura, industria pesante, alta tecnologia e puntano direttamente ai settori più innovativi. La specializzazione settoriale cinese sta cambiando rapidamente, spostandosi dai settori tradizionali verso i settori dove le competenze, l’innovazione e gli investimenti in ricerca e sviluppo svolgono un ruolo fondamentale. 

La Cina ha incrementato fortemente in pochi anni la percentuale nel suo export di prodotti high-tech. Il tasso di crescita delle esportazioni high-tech cinesi dalla metà degli anni Novanta ha superato il 20 per cento annuo, di gran lunga superiore ai tassi di crescita delle esportazioni manifatturiere cinesi e a quelli delle esportazioni high-tech di paesi quali Taipei, Hong Kong, Corea, Stati Uniti ed Europa.

La spesa per ricerca e sviluppo della Cina, 136 miliardi di dollari, ha superato quella del Giappone, 130 miliardi di dollari. Mentre gli USA e l’Unione Europea spendono rispettivamente 330 e 230 miliardi di dollari.

L´articolo completo è presente nel sito.

Moreno Muffatto – tratto da MG News – www.mercatoglobale.com

 

 

 

 

 
 

 
 
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